Titolo originale: Yinghung bunsik II
Nazione: Hong Kong
Anno produzione: 1987
Cast: Chow Yun-Fat, Ti Lung, Dean Shek, Leslie Cheung, Tsang Kong
Regia: John Woo
Genere: Azione
Durata: 105'
Trama:
Ken Gor, proprietario di un ristorante di Hong Kong e fratello gemello di Mark, si unisce a Kit e Ho per combattere la mafia locale e vendicare la morte della figlia di un suo vecchio amico.
La battaglia sarà senza esclusione di colpi.
Per i due non sarà facile, ma alla fine ce la fanno.
Il prologo-riassunto rivela l’origine seriale televisiva del progetto, ma il seguito è, nella sua mistura meglio calibrata di violenza iperrealistica da manga e romance sfrenato da melodramma, altrettanto autonomo del primo episodio: non per tutti i gusti (sparatorie abbinate a valzer di Strauss, come nel miglior Kubrick), ma per chi è abbastanza pronto e aperto da calarsi in un’altra cultura (movimenti improvvisi a scatti, nessuna preoccupazione morale o etica nella rappresentazione della violenza, cinismo tanto gratuito da non sembrarlo affatto, anche se poi le citazioni e i temi sono classici: Leone, Peckinpah, il western) gli ingredienti per divertirsi (il massacro finale è mitico, l’umorismo è sardonico, la recitazione volutamente trascurata) ci sono tutti.
Da non guardare pensando alla trama, di per sé esile e futile, ma parte di una trilogia che è uno dei capisaldi del cinema Pulp Orientale prima e di tutta la filmografia di genere uscita dopo (Quentin Tarantino deve molto a John Woo).
La battaglia sarà senza esclusione di colpi.
Per i due non sarà facile, ma alla fine ce la fanno.
Il prologo-riassunto rivela l’origine seriale televisiva del progetto, ma il seguito è, nella sua mistura meglio calibrata di violenza iperrealistica da manga e romance sfrenato da melodramma, altrettanto autonomo del primo episodio: non per tutti i gusti (sparatorie abbinate a valzer di Strauss, come nel miglior Kubrick), ma per chi è abbastanza pronto e aperto da calarsi in un’altra cultura (movimenti improvvisi a scatti, nessuna preoccupazione morale o etica nella rappresentazione della violenza, cinismo tanto gratuito da non sembrarlo affatto, anche se poi le citazioni e i temi sono classici: Leone, Peckinpah, il western) gli ingredienti per divertirsi (il massacro finale è mitico, l’umorismo è sardonico, la recitazione volutamente trascurata) ci sono tutti.
Da non guardare pensando alla trama, di per sé esile e futile, ma parte di una trilogia che è uno dei capisaldi del cinema Pulp Orientale prima e di tutta la filmografia di genere uscita dopo (Quentin Tarantino deve molto a John Woo).